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Mese: Giugno 2012

Non per un cucchiaio d’olio si deve guastare l’insalata!

Molte volte capita che un buon lavoro venga rovinato da un’inezia. Un mio vecchio cliente che ora si trova nel mondo dei giusti, amava dire che “non per un cucchiaio d’olio si deve guastare l’insalata”. In modo molto più prosaico possiamo dire che quando ci si trova a ballare, si deve ballare, costi quel che costi. Nei giorni scorsi ho avuto modo di riflettere su di uno studio pubblicato su Nature Climate Change:

Vulnerability of US and European electricity supply to climate change

M. T. H. van Vliet, J. R. Yearsley, F. Ludwig, S. Vögele, D. P. Lettenmaier e Pavel Kabat

L’articolo illustra i risultati di una ricerca effettuata dagli autori e che riguarda la vulnerabilità del sistema elettrico europeo e statunitense al cambiamento climatico. La cosa mi è parsa interessante in quanto, in presenza di un ipotetico cambiamento climatico, è necessario sviluppare delle politiche di mitigazione che consentano di ridurre le conseguenze del cambiamento stesso. L’abstract dell’articolo induceva ad una interpretazione di questo tipo. Essendo l’articolo liberamente accessibile ho iniziato a leggerlo.

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Siete troppi e dovete sparire da questo pianeta

Rio+20 sta per iniziare e tutto sommato ci sembra che stia ricevendo una copertura mediatica superiore al fallimentare summit di Durban. Ovviamente ciò non esclude l’eventuale fallimento anche di questi colloqui di Rio. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad ogni tipo di intervento volto a convicere l’opinione pubblica e soprattutto i politici ad intraprendere scelte mirate a salvaguardare la salute del nostro pianeta. Mettetela come volete: possiamo parlare di orsi polari, galline prataiole, desertificazione, alluvioni, meno neve ma anche più neve, tuttavia dietro queste altissime aspirazioni, ce n’è una ancora più alta. Sempre la stessa. Riporto dal Guardian:

Rich countries need to reduce or radically transform unsustainable lifestyles, while greater efforts should be made to provide contraception to those who want it in the developing world

Traduzione: “Le nazioni ricche devono ridurre o radicalmente trasformare i propri stili di vita insostenibili, mentre sforzi maggiori andrebbero compiuti per offrire metodi contraccettivi a chi ne fa richiesta nei paesi in via di sviluppo”.

Esatto, siamo sempre alle solite. Con la scusa di dover salvare il mondo e con il paravento della sostenibilità, ecco che riescono sempre ad infilarci in mezzo il vero obiettivo: la decrescita, ottenuta tramite due strade: le masse occidentali vanno impoverite (mi pare che ci stiano riuscendo bene). Le masse terzomondiali vanno private del diritto di generare una prole. Siamo 6 miliardi, siamo troppi e i potenti non ci vogliono. E quindi o utilizzate i contraccettivi, oppure dovete rientrare in un programma di contenimento della popolazione.

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Opinioni…

Doug Casey è un pezzo da novanta dell’arte di investire. Convinto sostenitore del mercato libero, ove non addirittura anarchico, è uno di quelli che quando parla muove soldi, qualunque cosa dica. Se così non fosse e se non ne fosse consapevole, non farebbe seguire alla sua intervista pubblicata dal suo media un disclaimer quasi più lungo della stessa chiacchierata.

Un confronto fatto con l’editore, il suo editore, che di certo nessuno può attendersi che sia privo di regia. Ma questo vale per tutti, basta tenerlo bene a mente mentre si legge. Anche perché lo dice lui stesso:

[info]

“L’epicentro principale dell’isteria non è la comunità scientifica, ma sembra sia Holliwood. Le danze sono guidate da attori e celebrità cui è dato libero accesso dalle teste parlanti dei media di intrattenimento – e ti stai prendendo in giro se non pensi che i notiziari siano principalmente intrattenimento.”

[/info]

Quale isteria? Questa:

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Un clima testa o croce

Tra qualche giorno inizierà la conferenza di Rio+20, l’appuntamento dell’anno per il movimento salva-pianeta. Anzi, nelle altisonanti premesse del titolo della conferenza si vorrebbe che fosse l’appuntamento del ventennio, al pari di quanto accaduto per il precedente del 1992.

Che la situazione sia molto diversa e che serpeggi una certa depressione tra gli attivisti che gonfieranno i numeri della partecipazione all’evento, lo abbiamo già detto. Se i primi a non crederci sono i pezzi da novanta dell’economia mondiale sarà difficile che si possa conseguire qualche risultato in termini di policy.

Ma, del resto, non è dato sapere cosa esattamente si vorrebbe decidere.

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Una verità sconveniente

E’ strano come certi slogan possano realmente ritorcersi contro chi li usa. Il riferimento, il lettori di CM lo sanno, è alla verità sconveniente proclamata a gran voce dai seguaci della catastrofe climatica prossima ventura.

Quella che sta succedendo e soprattutto che succederà, è una assoluta novità per questo Pianeta. Non ha mai fatto tanto caldo, il mare non è mai salito così velocemente, non è mai piovuto così tanto o così poco etc etc. Mai, mai, mai, questo è il mantra.

Come fare a dire mai? Bisogna guardarsi indietro, cercare, scoprire, esporre, documentare. Sotto dunque a cercare dati di prossimità per le temperature, qualcosa che possa farci capire come sono andate le cose in passato e aiutarci a fare il paragone con il presente e già che ci siamo, anche con il futuro.

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Una foresta nel deserto

Ve la immaginate? Non un’oasi, ma una foresta vera e propria. Per di più sott’acqua. Tranquilli, abbiamo un’ondata di calore in arrivo ma non sono ancora stato sotto al sole più del dovuto. Queste considerazioni, così come il titolo di questo post, vengono da una news pubblicata sul sito della NASA e si tratta della descrizione dei risultati di un progetto di ricerca la cui pubblicazione è uscita su Science qualche giorno fa:

Massive Phytoplankton Blooms Under Arctic Sea Ice 

Nel video sotto ci sono delle belle immagini e degli highlights di questo studio.

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Emissioni: Nel 2030 gli USA raddoppiano.

Non più un’America del nord, ma due. Popolazione? Economia? Produzione industriale? Territorio? Niente di tutto questo, a raddoppiare saranno le emissioni di anidride carbonica.

Andiamo con ordine. L’International Energy Agency (IEA) ha emesso un nuovo report in cui si stima che nel 2030 le emissioni di CO2 arriveranno a 45Gt/anno, ben 5Gt in più della loro stima precedente compilata nel 2008. In sostanza, è come se si aggiungesse il contributo di un’altra realtà industriale come gli USA.

La stima attuale è quindi fortemente peggiorativa. Perché? Semplice: il rateo di aumento delle emissioni è stato molto superiore a quanto previsto. Più precisamente, a fronte di un incremento dell’1,5% all’anno della precedente stima IEA, c’è stato un aumento del 2,4% dal 2005 al 2010. Già, ma cosa se ne poteva sapere nel 2008? Giusto, però sarebbe stato utile tener conto del fatto che l’incremento annuo dal 1990 è stato dell’1,9%. L’attuale punto di partenza è quindi più alto di quello che avrebbe dovuto essere secondo le stime precedenti e quindi saltano fuori altre 5Gt di CO2 per il 2030.

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Clima: Tutto e il contrario di tutto.

Ne parliamo da anni ormai, questo dannatissimo riscaldamento globale ne fa di tutti i colori. Restringe le pecore ma le fa anche ingrassare, fa cadere i capelli ma li fa anche crescere, fa calare la vista ma la fa anche migliorare. E’ di due giorni fa la notizia che avrebbe un ruolo anche con i buchi neri. Potrebbe non portare anche il freddo a causa del caldo?

Troppo facile.

La chiacchiera è iniziata qualche anno fa, quando è iniziata una serie (sin qui mini) di inverni piuttosto rigidi, per l’Eurasia ma anche per gli Stati Uniti. Sull’onda del suggestivo ma alquanto favolesco film “The Day After Tomorrow”, in cui spaventose tempeste invernali crescevano a dismisura gettando tutto l’emisfero nord in una nuova glaciazione (a proposito che succedeva in quello sud? Non me lo ricordo…), hanno iniziato a circolare paper che si sforzavano di far passare il seguente paradigma climascientifico: fa freddo perché fa caldo.

Qui su CM abbiamo affrontato l’argomento con un post di Carlo Colarieti Tosti che per quanto ci riguarda chiude la questione, ma non per presunzione, quanto piuttosto perché proprio non è possibile uscirsene ora con tesi diametralmente opposte rispetto quelle sostenute appena pochi anni fa.

Uscita su Science Daily, ripresa da Meteoweb, questa è la notizia.

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No, no… allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Ecce Bombo, era il 1978, ben 14 anni prima della conferenza di Rio del ’92. Ora siamo prossimi a Rio+20, ma il dubbio è rimasto lo stesso. Del resto l’appuntamento è mondano, quasi estetico, lecito quindi avere dubbi al riguardo. Però, al termine di lunghe riflessioni, pare che la gran parte delle incertezze sia ormai fugata.

Dall’ANSA:

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Emissioni: La Cina fa il gioco delle tre carte?

Da Nature Climate Change. Nel più perfetto stile della trasparenza delle informazioni, nel computo totale delle emissioni di CO2 cinesi per il 2010, pare manchi all’appello ‘appena’ un miliardo di tonnellate di anidride carbonica. Sommando quanto riportato a livello provinciale con quanto comunicato a scala nazionale il conto non torna. In eccesso, naturalmente.

The gigatonne gap in China’s carbon dioxide inventories

Nell’articolo appena uscito sulla rivista scientifica espressamente dedicata ai temi climatici e a tutto ciò che vi ruota intorno, si cerca di capire quale sia la ragione di questa clamorosa discrepanza.

In termini percentuali la differenza si aggira intorno al 20%, ossia più o meno pari alle emissioni del Giappone, che occupa la quarta piazza nella speciale classifica dei cattivi, dopo appunto la Cina, gli Usa e l’India.

Sarebbero sostanzialmente tre i problemi alla base di quello che comunque si può sommare in una sola parola: caos.

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Seven Spin Off – Giugno #1

Lo so, la rubrica era praticamente in soffitta. La riprendiamo per l’arrivo del solleone. Scusate il ritardo.

Allora, dopo una primavera piuttosto ballerina, ancora animata da una circolazione veloce e dinamica, la prossima settimana arriverà l’estate. La notizia potrà sembrare scontata, perché in effetti saremo al solstizio, cioè all’inizio nominale della stagione estiva, ma è un fatto che insieme al dì più lungo dell’anno, arriverà anche la prima vera ondata di calore.

Ma andiamo con ordine. Quello a cui abbiamo assistito sin qui e per certi versi ancora in essere, è stato un flusso perturbato molto basso di latitudine, cioè un vortice polare troposferico molto espanso, con conseguente stormtrack bassa di latitudine e frequenti passaggi di perturbazioni in area mediterranea.

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NOAA: El Niño forse in arrivo. GISS: Caldo in arrivo di sicuro!

La NOAA ha emesso un El Niño Watch. Tecnicamente si tratta di un messaggio prodotto quando salgono le probabilità che nel Pacifico equatoriale si generino le condizioni di riscaldamento delle acque di superficie, evento appunto definito El Niño.

Attualmente l’ENSO, ossia l’indice con cui si definiscono le oscillazioni delle SST (Sea Surface Temperature) di quella zona del Pianeta, è in zona neutra. Cioè, dopo parecchi mesi di valori positivi, che corrispondono ad un raffreddamento delle SST noto come La Niña, sta avvenendo la transizione verso valori negativi.

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